Twin Towers

Twin Towers

Da: Plinio Perilli, Museo dell’uomo, Zona, 2020)

Twin Towers

                    Bruciano ancora, e fumano, ricrollano

1-

ogni giorno… Troppo alte e volute,

troppo esibite, presuntuose d’umano

e abbonate al cielo… Sto sognando Kafka,

Andy Warhol che fotografa Bacon, filmati

da Buñuel! Un incubo surreale deflagra

nella pop-art, fra mille schegge del Moderno!

Ma Stockhausen mi sveglia rapìto, grida:

“Era solo l’Arte, il gesto finalmente estremo!

Era solo un gesto, l’Arte totalmente estrema!”

2 –

A un figlio, come potrò raccontarlo?

Fra trent’anni a un nipote? Quell’aereo

che vola contro tutto il secolo, il millennio,

la Storia che si suicida, disperata al nuovo,

impazzita contro ogni Futuro… Bruciano

ancora, turistiche e ossessive, babeliche

e azzerate, incenerite al cordoglio…

Aggrappate al cielo, ma scivolando quaggiù.

E Kafka sgrida Stockhausen: “Non può essere

l’odio, l’Arte Totale, ma il sogno dell’Amore”.

3 –

E il Sogno séguita, turbato come un risveglio:

il pennone del Dollaro, stellare il suo acciaio

antifulmine, tronfio, fastidioso al cielo…

Cristalli d’insolenza, razionalismo e benessere.

Kafka è lassù in cima, dal suo bravo editore

planetario… Ma ha le vertigini, non riesce

a firmare il contratto, a romanzare tuttovetro

e inox Il Castello o l’America,che ha scritto

senza conoscere, come si diagnostica un cancro.

Vomita, rigurgita il Moderno, e ritorna insetto,

scheggia, frammento di materia, sterco, parvenza

d’anima, cuore combusto… Corre all’indietro

per salvarsi, ribaltare la Storia nemica

dell’amore… Retrocede a ominide, scimmia,

scarafaggio, anfibio, ameba, germe che ammala

i germi, tara originaria. Il peccato mortale…

4 –

Ma intorno a lui, all’istante, quei corpi si

smateriano, si sfaldano, s’abbruciano, s’impeciano

ad un grido! Volano schegge e nomi, parole

e briciole d’anima, polvere resa preghiera…

Il sogno non è un sogno – se Metamorfosi è

la storia: oggi resa minuscola, guerra di un’infamia.

Le entra dentro un volo, un aereo rito di morte,

un diavolo che è stato luce, angelo, le ali ha

di metallo. L’uomo s’arrende all’uomo, sventola

il Bianco! Tutto il mondo la vede, quell’ultima

bandiera, e quei corpi che cadono – formichine

bianche – che cedono, al calore e alla morte,

all’unico nostro incubo che Kafka non scrisse.

5 –

Formichine bianche, quei nomi che cadevano,

corpi e parole, singhiozzi per chi resta,

comunque infranti, bruciati dentro al cuore.

Preferivano l’aria, il breve volo giù d’incontro

alla morte, giù schiantati, sfigurati per terra,

ripresi, commentati in eterno dalle TV saccenti.

Eroismi del nulla, destini tornati polvere

E Alessia mi chiamava, con un filo di voce:

“Oddìo, cos’è?!” – anche lei in bilico, aggrappata

al filo di un telefono – “C’è la Terza Guerra

Mondiale?!”. Ansimava come su un’astronave.

Kafka ci sta ancora sognando, precipitati… nel cielo.

La sua stanza era a Praga, l’ufficio del ’900:

ma sembrava New York – stessa linea del cielo –

profilatura dentata, Regno/ingranaggio dei Massmedia.

6 –

C’era un grande Processo e gli imputati erano

tutti gli uomini… Come un Giudizio Universale:

e nella hall immensa, in videoconferenza, parlava Dio.

Ma l’audio non funzionava, e Dio si scollegava…

Neanche Internet serviva, per scambiarci idee.

L’ufficio stampa, a Babele, fosforeggiò in corto.

Kafka schiaffeggiava Stockhausen, gli dava dell’esteta:

“L’Arte non è un gioco, un gesto inconoscibile!”.

Rifiutava l’accredito, disertava, glissava i colleghi:

“Trasgredire non si può all’Amore. Neanche in nome

della propria fede! O sulle ali estrose d’una folle

poesia…” L’incubo intervistava se stesso, all’infinito.

7 –

Ora tutti scavavano, commentavano i resti; quel

teatro di sola cenere, disumanato ma altissimo…

Furono cittadini felici, saziati in tutto: ma adesso

l’illusione resta infranta; si smarrisce – notavo –

nei volti della gente, per strada e ovunque, dove

l’infelicità è più serena, se rispecchia ogni altro.

Scavavano tutta la Storia, e tutta l’arte con essa.

Villon coi suoi atroci impiccati, Rimbaud e i magri,

stralunati abissini, i fucilati di Goya, i naufraghi

di Géricault, Melville con Achab e tutti i balenieri,

le odalische di Ingres, i Miserabili di Victor Hugo,

gli appestati di Camus, i borghesucci indifferenti

che denudò Moravia… Una voragine inghiottiva

tutti. I vagabondi del Dharma, Kerouac, i beatnicks

di Frisco o sulla via dell’India, con zio Hesse e

per guru il Siddharta, i giardinieri in luce di Tagore,

le geishe di Tanizaki, gli arlecchini tristi di Picasso…

8 –

L’Arte riscavava, picconava la Storia, e tutta si

specchiava. I ragazzi soldati del ’99, nelle trincee

d’Ungaretti, i contadini “compagni” di Pavese,

i pazzi di De Sade, i Tartari di Buzzati; i partigiani

di Fenoglio e Cassola, i ricchi ebrei perseguitati

di Bassani, gli operai di Bilenchi; i colti tisici

di Thomas Mann, i crudeli teatranti di Artaud,

i mafiosi di Sciascia; la musa creola di Baudelaire,

i pugili di Hemingway, gli ussari di Tolstoj… Come

un vortice li attirava, li mischiava d’anima! Melquiades

l’alchimista di Marquez, i tanguèros di Borges, i clowns

di Fellini; le mogli di Bergman, le amanti di Antonioni;

il nanetto di Grass, L’Idiota di Dostoevskij, i preti tarati

di Bernanos; Beckett e Godot, Manzoni e l’Innominato

9 –

… Tutti lì convenuti ed assiepati, profferiti

dall’intimo, così come ogni sogno rimuove

i suoi trascorsi, lustra e rinnova Psiche, l’assolve

da ogni assenza, la penetra di soffusa presenza…

I vinti di Verga, gli inetti di Svevo, Silone apologeta

dei cafoni; i cadetti di Musil, gli studentelli di Joyce,

le fanciulle in fiore ricamate da Proust… L’esclusa

adultera di Pirandello, Bukowski coi suoi ubriaconi…

Eternamente buffa, maldestra e sublime, traballa

la sagoma di Don Chisciotte! E proprio lui, stordito

hidalgo s’inginocchia, per l’Assurdo rinsavisce

in un lampo… Ammette che i mostri e i draghi

vivono solo nella mente, come l’amore per Dulcinea.

10 –

Bruciano ancora e fumano, ribruceranno sempre,

torce apocalittiche, immense stele bifronte

come tra il Male e il Bene: Twin Towers troppo

alte e splendenti, rifrangenti il sole: perfette e

sterili, abbaglio da status symbol… Sto sognando

Kafka, ma sono sveglio! Lui è inchinato e prega.

Piange presso una croce – ma è solo un’ombra

proiettata sul campo: cupo “Campo del Sangue”,

quello dove Giuda fu seppellito, dicono

i Vangeli. Dunque richiamo Alessia, le telefono

questa pena comune, incredula e turbata…

A una figlia, come potrà raccontarla?

A una nipote fra trent’anni, spiegandole

che cos’è un grattacielo e cosa il cielo…

11 –

Twin Towers – l’orgoglio dei turisti, degli

architetti, degli sguardi che contro il cielo

ora più non le trovano, non le assimilano

a un orizzonte di luce, alto e largo quanto

tutto il Futuro… Bruciano ancora, e fumano,

ribruceranno sempre – se ci crollano dentro,

aggrappate al celeste ma scivolando quaggiù,

fuoco in polvere, calore esploso dell’anima.

Stockhausen scava ora con Kafka, e si vergogna

d’aver pensato l’Arte come un gesto estremo,

Terrorismo del Bello, giocato anche sul dramma!

12 –

Quant’è vasta la Terra, e quanto il Cielo?, alto,

inarrivabile… La Storia è un gesto: dopo quello

dell’odio c’è il perdono – c’è il cordoglio

di tutti, c’è questo lutto estremo riconsegnato

all’ombra, alla melma, alla torba, fango, mota,

detriti d’esistenza. Schegge e anima, materia

organica, sperma, cuori combusti… Nomi e parole,

singhiozzi per chi resta, buia la guerra dentro

un sogno, travalicato e crollato d’azzurro.

Alessia, adesso, dovrà parlarne a scuola, in classe,

spiegare ai suoi ragazzi perché talvolta o

spesso la Storia si suicida, disperata al Nuovo,

pazza contro ogni Futuro che non tolleri l’Altro.

13 –

Domani tutti loro leggeranno Kafka, salveranno

dall’uomo almeno il suo nero insetto, corazzato

e ferito interiore, ributtante e divino: ciò di cui

l’anima, comunque, resta sempre sensibile,

regina di ogni pena o intuizione, tara originaria,

peccato d’Adamo… Corre in avanti e presto risale

tutti i piani, si rievolve a salire, scala di vetro

e azzurro tutto il cielo, l’inox e la carne d’ogni

struttura: cellula, ameba, anfibio, Gregor Samsa

scarafaggio, scimmia, ominide commosso,

germe che salva i germi, che lo eleggono uomo,

pitecantropo creaturato, fratello d’altri simili…

14 –

E proprio questo è il Cielo – forse rispondono

i ragazzi di Alessia, studenti di più azzurro:

del peso della Terra, che solo ha ali d’acciaio.

Non ci arriviamo noi che con lo sguardo, col cuore.

Quando poesia chiama amore la vita, e la fede

è uno sguardo aggrappato al cielo, al millennio,

al progresso che sale dentro di noi, dai piedi

a tutto il cuore, alla mente che Luce sa pensarlo:

sa pensarsi più azzurra, ma degna della polvere.

(11 settembre / 18 dicembre 2001)

Plinio Perilli

NOTE

   1a strofa:“Ma Stockhausen mi sveglia rapìto, grida…”

   All’indomani dell’11 Settembre 2001, il compositore tedesco Karlheinz Stockhausen, grande maestro e musicista d’Avanguardia, sembra abbia esclamato che l’attentato alle Twin Towers sarebbe stata “eine kosmischer Kunstwerk”, “un capolavoro cosmico” – o secondo altri riscontri, “il capolavoro di Luzifer”, di Lucifero (ma anche “la più grande opera d’arte possibile nell’intero cosmo”).

   Scattò l’indignazione collettiva, e come ricorda Luca Negri – nel 2011, a dieci anni di distanza – con quell’uscita “sembrava esprimere perfettamente il senso reale di tutta l’arte postmoderna, raccogliere l’intera eredità dadaista e strutturalista, il loro tentativo di cancellare la componente umana e la preoccupazione morale dal centro dell’espressione artistica”. In realtà “lui intendeva dire che di opera d’arte si trattava, e della più grande, ma fra quelle compiute da Lucifero, «spirito cosmico della ribellione e dell’anarchia» intento a distruggere «la creazione». Insomma aveva dato una lettura metafisica ed apocalittica del disastro. E ci teneva a far sapere di stare senza ombra di dubbio dalla parte delle vittime e del potere angelico di San Michele, avversario di Lucifero.”…

   10ª strofa: “Campo del Sangue”…

   Il riferimento, a parte il Vangelo secondo Matteo (27,8, che ci parla del campo del vasaio che Giuda aveva comprato coi trenta denari del tradimento, i sicli d’argento, e dove poi s’impiccò – da cui fu detto Akeldamà, Campo del Sangue), è allo struggente e già citato libro eponimo di Eraldo Affinati (Campo del sangue, Mondadori, Milano, 1997).

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