Pino Caimi e l’amorose mani

Pino Caimi e l’amorose mani

Pino Caimi e l’amorose mani

         Quella della pagina vuota da riempire è l’ossessione di ogni scrittore e per Pino Caimi è una piacevole malattia che presto guarisce nel momento in cui comincia a scrivere. Cosa? Poesie dal sapore antico dove sono tanti i temi che immediatamente vengono incontro al lettore: il sentimento del tempo, la predilezione per il sonetto, il ricordo, il sangue che lega e unisce, le mani, il destino, Dio, la fede, la lotta tra il bene ed il male, l’amore, la fantasia, la vita e la morte.

         Quanto al sonetto, secondo il Poeta, è l’unico che consente di esprimere i sentimenti con la dolcezza che solo la musica riesce ad offrire. Lo schema è moderno, più leggero di quello antico, adottato su autorizzazione immaginaria del suo primo costruttore, Jacopo da Lentini. Pino Caimi si rivela Maestro sia nelle composizione di ogni singolo sonetto che nella loro perfetta armonia.

         Ma ecco la ricca e profonda metafora che attende il lettore all’inizio del libro: quella delle mani, mani sofferenti, amorose, tese verso gli altri, mani sorelle, armoniose e pure, scarnite e paurose, mani che chiedono e ricevono aiuto. La mano esprime le idee di attività (e qui c’è un accenno all’attività dell’AVIS di cui Pino Caimi è Direttore Regionale della Calabria) e nello stesso tempo di potenza e di dominio. Nelle lingue estremo-orientali, espressioni quali mettere la mano, lasciare la mano hanno il senso corrente di iniziare, di terminare un lavoro. Tuttavia, alcuni testi taoisti (Trattato del fiore d’oro) danno il senso alchemico di coagulazione e di dissoluzione, dove la prima fase corrisponde allo sforzo di concentrazione spirituale, la seconda al non-intervento, al libero sviluppo dell’esperienza interiore in un microcosmo che fugge al condizionamento spazio-temporale. Bisogna ricordare che la parola manifestazione ha la stessa radice della parola mano; è manifestato ciò che ciò che può essere teso o afferrato dalla mano. Caimi dice, infatti: Mani sofferenti si tendono verso l’alto. Cercano la vita che se ne sta andando. Altre mani si legano ad esse offrendo il sangue prezioso e ne diventano sorelle. Le gocce vermiglie si portano via le sofferenze e ritorna la vita. Riluceranno i tempi festosi e se pure il disegno si mostrerà ancora un pò scuro, non vi sarà più tremore. Quei gesti delle mani sorelle, infatti, sono amorosi nel donar la vita e preziosi nel sostenere i sofferenti (…) (p. 6).

         Il libro è composto da tanti bozzetti e altrettante figure carismatiche: dal Cavalier Crociato (Don Pasquale, un gran prete che, benché malato, a chi gli chiede come sta, risponde: ottimo) a Rosa (alla quale anche il tempo porta riguardo), dal Cavalier Natale (giovane signore in cerca di fortuna che parte per l’America, fa fortuna e torna nella terra amata) allo scolaro ammaliato da una bella fanciulla, dalle gesta di Mida a Laura o l’aura, cantata da Petrarca, da Enzo Romeo al Cavalier narrato e così di seguito.

         Su tutto spicca la definizione che il Caimi dà della parola arte (e artista). Si legga a pagina 31 La canzone del Maier dove il barbiere è talmente bravo nel suo campo da essere definito da Poeta artista ed il salone (qui l’arte è vera) diventa il suo teatro. L’artista per Pino è colui che ha una grande idea da realizzare come il Cavalier Donatore di sangue, sognatore e vincitore, idea che lo fa avanzare ed agire sicuro ed ardito.

L’artista è un esteta sovrano (p. 18) e non per nulla Pino è ossessionato dai versi del Petrarca (p. 19). L’artista è ancora colui che è attratto dalla pura bellezza (Le gesta di Mida, p. 17), poeta è colui che completa il ritratto con i colori di un sorriso (p. 25) e che qual eterno sognatore dialoga con la luna secondo leopardiane rimembranze. Insomma, Maier è Leopardi! Il Poeta, fido cantore, per Pino Caimi, ha il compito di recuperare la potente arma della fantasia a vantaggio del bene, contro il male ed il nulla. Nel trittico di tre sonetti de La fascinosa speranza, Pino Caimi a mio avviso raggiunge l’apice della sua poesia: ai versi di Giacomo Leopardi Che fai tu luna in ciel? dimmi che fai / Silenziosa luna? fanno eco quest’altri versi: Splende di luna la volta del cielo / fan da cornice miriadi di stelle (…) (La fascinosa speranza, p. 36).

         Nelle poesie in dialetto, dove il dettato si fa intimo e famigliare, gli accenti ricordano i grandi Totò ed Eduardo de Filippo (Si t’o sapesse dicere…- Eduardo De Filippo; io vulesse truvà pace – Eduardo De Filippo): Sapiss’ ‘e ccose / ca te vulisse dicere. / Ma quanno tu si’ ccu me / nun tengo cchiù pparole (…) (Pino Caimi, ‘E pparole can un tengo, p. 43).

         Il tipo di narrazione usato da Pino Caimi veramente cattura e trascina il lettore: il Poeta incontra vari personaggi e con essi interagisce come fosse Dante Alighieri, ma, nello stesso tempo, sotto uno stile accattivante e ironico, par quasi di vedere e sentire il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes!

         I sonetti sono perfetti, musicali al punto giusto, con un tocco d’altri tempi che però non appare affatto superato.

         Altrove ancora si trovano accenti degni di Edmond Rostand e del suo Cyrano: Buon giorno signor Parco, ben alzato. / Alfin è giunto il tempo d’agire, / quattro ragazzi ti hanno svegliato, / or devi scegliere di non morire (…) (L’ultimo invito, p. 28).

Fausta Genziana Le Piane

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