OLTREVERSO

OLTREVERSO

“Finalmente dirlo – nel lasciarlo andare”

Doris Emilia Bragagnini: quando la poesia è vertigine

oltreverso

Cominciamo dal titolo e dalla copertina: OLTREVERSO, il latte sulla porta, ZONAcontemporanea, 2012.

Due gli elementi in entrambi i casi: la porta ed il latte.

La porta: è socchiusa, si entra dunque ma si lascia entrare – e nello stesso tempo – si aspetta. È un luogo di passaggio tra due stati, due mondi, tra il conosciuto e l’ignoto, la luce e le tenebre, il tesoro e l’epilogo. La porta apre sul mistero. Ha un valore dinamico, psicologico poiché non soltanto indica un passaggio, ma invita a superarlo. E qui la porta è aperta, non è solo guardata…È l’invito al viaggio verso un aldilà…VolarePiù in altoOltreverso. Il passaggio al quale invita è, spesso, nell’accezione simbolica, dal campo profano al campo sacro. Tanto più che quella porta – quella della copertina del libro – è illuminata da una forte luce che la evidenzia: intorno c’è il buio.

Tutta la poesia di Doris è fatta di dicotomie: ferire-salvare; aspettare-arrivare; cadere-raccogliere. Tremulo, tremorecertezza.

Con originalissimo acume, Michel Cournot critica un film del 1966 del regista Robert Bresson, Au hasard Balthazar:…le creature di Balthazar passano la maggior parte della loro vita ad aprire, chiudere, passare e ripassare delle porte. Basta essere un pò sensibili alla trascendenza, per vedere che una porta non è semplicemente un’apertura praticata in un muro, oppure un assemblaggio di pezzi di legno che possono girare su dei cardini. A seconda che sia chiusa, aperta, chiusa a chiave, a battenti, una porta è, senza cambiare natura, presenza o assenza, richiamo o difesa, prospettiva o strada senza uscita, innocenza o colpa. Noi guardiamo una porta chiusa: un essere che è ancora fuori campo, si avvicina; abbiamo appena avuto il tempo di vedere la sua ombra sulla porta che, già, l’ha spinta e vi si è ecclissato dietro: una presenza, un atto, un’intenzione sono così rappresentati senza esibizione profana dalla cinematografia semplice di una superficie pura che si è mossa. Nello stato di spirito bressoniano, universale significa ecumenico: non c’è immagine più ecumenica dell’immanenza della vita di quella di una porta aperta e richiusa: una porta permette anche di significare senza scadere (Le Nouvel Oservateur, 1966, n° 80, p. 40).

Il latte: è lì per qualcuno, c’è dunque un cambio di mani. C’è chi lascia, c’è chi prende. Latte: non solo prima bianca bevanda (essenziale) ma luogo dell’immortalità. Primo nutrimento nel quale tutti gli esseri esistono allo stato potenziale, il latte è naturalmente simbolo di abbondanza, di fertilità, e anche di conoscenza, essendo la parola intesa in senso esoterico, e, come cammino d’iniziazione, simbolo infine di immortalità.

Il latte è un simbolo lunare, femminile per eccellenza, legato al rinnovamento primaverile: e io bevevo palpiti / stagioni di germogli /lampare modulanti e / fiotti di veleno (Poeta, p. 24).

Che il latte sia la Parola che nutre? Che il latte sia la poesia alimentata dalla parola? Strade di parole

Eh sì, torno indietro nel tempo, a quando veramente il lattaio lasciava dietro la porta di casa il latte nelle spesse bottiglie di vetro con il tappo di stagnola sigillato. Bottiglia vintage che ho rotto solo di recente…

Mente-cuore è il binomio che passa attraverso lo sguardo su cui si muove la poesia di Doris, ce lo dice Rainer Maria Rilke nella poesia La Pantera che apre il libro: …Strade di parole / percorreranno il palpito / consistenza di pensiero / che ansimando evapora / in mille gocce di rubino (Impalpabile, p. 25) e Spoglio di te / vesti il mio sguardo / carezza abbacinata / percorro la tua mente (Tremula certezza, p. 26). È che tutta la poetica di Doris passa attraverso gli occhi – lo sguardo: anche le ciglia sono porta-barriera- accesso alla mente: Spoglio di te / vesti il mio sguardo…(Tremula certezza, p. 26); …E’ il tremore che mi assedia / del tuo sguardo reclinato… (Breccia dolce, p. 27).

Per Doris la Vita è adesione:…il mio cuore è una pista / in un mare di ghiaccio / dove in pattini d’oro / tu mi solchi e io vivo, in cui l’io e il tu sono indistinti (La premessa, p. 23).

La poesia di Doris è lucida esplorazione della realtà – anzi a due passi dal mondo, p. 92 -. E mentre l’io indaga là sul bordo delle ciglia – limite estremo di confine, ciglia affrante (Marea, p. 31), passa attraverso lo sguardo, la lama del reale.

Nella poesia araba e persiana, le ciglia sono considerate come le armi dell’amore, lui stesso distillato negli occhi. Le si paragona a lance, spade, frecce. Non sono solo armi, ma l’esercito dell’amore: le tue ciglia sono due fila di cavalieri in fila pacificamente gli uni di fronte agli altri; ma il sangue scorre ogni volta che vengono alle mani, cioè quando si avvicinano per lanciare un’occhiata (Note prese durante un viaggio in Siria, Diario asiatico, Parigi, 1879).

C’è un luogo fisico in cui nasce l’emozione? C’è un luogo fisico dove sgorga la poesia? Tutto si gioca tra mente e cuore, attraverso lo sguardo – lo sguardo di Doris ma anche dell’altro, reclinato (Breccia dolce, p. 27) oppure gli occhi, lì presso le ciglia. E sugli occhi – per guardare quanto passa o resta, Occhi, p. 70 – Doris abbonda di aggettivi: fissi, chiusi, immoti, antichi, aperti, che si specchiano a ritroso (In fondo al cerchio, p. 60) o che scrutano il cielo ad indicare lo stato d’animo con cui la Poetessa vive ciò che la circonda.

Tutto si gioca tra mente e cuore, dicevo, anche qui può essere la mente dell’altro (percorro la tua mente, Tremula certezza, p. 26) ma può essere cervello, testa (nella testa solo isole confuse, Fondo, p. 69) e cuore (il mio cuore è una pista, Verso oltreverso, p. 23), oppure altrove seno (resti ostaggio del mio seno, Breccia dolce, p. 27), petto. A questo proposito, seno, petto sono simboli di protezione, di slancio coraggioso provocato dalla lotta contro il male. Oppure altrove ancora centro, dove si condensano fiele, tormento e lamento oppure sterno, un vero e proprio dentro profondo, tra me e te un vero corto circuito che svalvola ed è per questo che esiste Doris. Doris fatta di luci ed ombre, di lampi e di voli, di amori e di gesti, di furori e di incubi, di esilio e di follia. Ed ecco il colore rosso (come il cuore?) (fiume rosso, Un lampo al volo, p. 72) o vermiglio (sciogliere il vermiglio, Siderale, p. 84) o scarlatto:

IN FONDO AL CERCHIO (p. 60)

voglio essere quell’attimo

in cui dico – sono il rosso

in fondo al cerchio

 

è scarlatto che mi assale addosso

un istinto che precede

lo stupendo, l’inesplicato

uragano dentro agli occhi che

si specchiano a ritroso

 

mentre mordo questo labbro

a permettere il progetto

che – gattona – per la stanza

Rosso: universalmente considerato come il simbolo fondamentale del principio di vita, con la sua forza, la sua potenza e la sua luce. Il rosso è il colore del sangue e del fuoco.

Ed il latte? Come già detto, il latte è la poesia che nutre e doma; fragile ed effimera, quella poesia fatta di parole insufficienti eppure indispensabili:

(…)

“ non avrei saputo dire il nome come simbolo d’amore”

un suono affastellato sulla lingua o rumore vicino l’ombelico

un pensiero di vento, oppure un vento che recita il tuo nome

all’improvviso, come vita in origami (o voli) sulla tua carne bruna

(Oppure un, p. 91)

Fausta Genziana Le Piane

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