L’ARTE di VINCENZO LA CHIMIA

L’ARTE di VINCENZO LA CHIMIA

L’arte di Vincenzo La Chimia:

la rappresentazione della condizione umana

Vincenzo La Chimia è nato a Nicastro nel 1934 ed è morto a Roma nel 1997.

Dopo aver frequentato il Liceo classico a Nicastro e il biennio di Architettura presso l’Università di Roma, ha lavorato per la RAI come scenografo, ha svolto la professione di arredatore e ha decorato molti negozi situati sulla Via Tuscolana a Roma.

Tutta la pittura di Vincenzo La Chimia (che si dedicò anche talvolta ad altre forme d’arte quali maschere in terracotta, collages ecc.) è segnata dalla riflessione sulla condizione umana. In questa che fu la ricerca di tutta la sua vita lo influenzarono la filosofia di cui era appassionato e in particolare la lettura di autori come Nietzsche, Russell, Kierkergaard, Veil, Freud.

E’ per questo che la costante ispiratrice delle sue tele è la mitologia: le figure di Sisifo, Prometeo, Bacco ecc. dominano le sue tele.

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Rappresentazione della condizione umana dicevo: ebbene tra gli appunti e i bozzetti preparatori ritrovati dopo la sua morte è chiaro che Vincenzo La Chimia era ossessionato dall’immagine di Sisifo che è un personaggio della mitologia greca, fondatore e primo re di Corinto, figlio di Eolo e di Enarete. Secondo il mito, fu il più astuto fra i mortali. Come punizione per la sagacia dell’uomo che aveva osato sfidare gli dei, Zeus decise che Sisifo avrebbe dovuto far rotolare un masso dalla base alla cima di un monte. Tuttavia, ogni volta che Sisifo stava per raggiungere la cima, il masso rotolava nuovamente alla base della montagna, per questo Sisifo dovette per l’eternità ricominciare la sua scalata. Si legge, infatti, negli appunti: “Chi riuscirà mai a comprendere appieno la delusione emotiva che attanaglia la sua anima nel momento in cui sulla volta del monte dopo una faticosa e dolorosa scalata acquista coscienza che non c’è spazio sufficiente per deporre il suo “carico”?

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La figura del “ribelle” affascinava Vincenzo La Chimia e un po’ ribelle lui stesso nella vita lo è stato avendo rifiutando tanti compromessi pur di non rinunciare alla verità della sua arte.

Un’altra figura di ribelle è Prometeo, rappresentato con colori accesi, vibranti, in tutta la sua forza dirompente, mentre rapisce il fuoco a Giove per portarlo agli uomini. Viene condannato ad essere legato per l’eternità ad una roccia mentre un’aquila (simbolo divino) gli mangia quotidianamente e per l’eternità, il fegato, simbolo di fede e legato all’archetipo di Giove.

In Prometeo alcuni – come Dethlefsen – vedono il simbolo del senso di colpa originato dalla separazione (peccato originale) dall’unita’ divina.

Da un lato, il bisogno di sentirsi individui; dall’altro, la perduta unità con il divino. Eterno dilemma. C’e’ forse un modo di riunire queste fratture? Siamo in un mondo di molteplicità, abbiamo forme e nomi diversi e ci aggrappiamo a queste apparenze così differenti tra loro. Ci attacchiamo ad un personaggio limitato e sofferente alla continua ricerca della felicità perduta.

La condizione dell’uomo moderno è ben raffigurata nella tela intitolata “Uomo moderno”, un uomo divenuto ormai un groviglio indistinguibile di emozioni e sensazioni chiuso sempre di più in se stesso. Si tratta di un olio dai colori vivaci e da tratti morbidi, sinuosi, talvolta tortuosi, che ci consegna l’immagine dell’uomo contemporaneo incomunicabile e complesso.

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Fonte continua d’ispirazione sono anche i personaggi mitologici femminili: Leda, Pandora, Ligea, Arianna ecc. sempre materni e accoglienti.

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L’autoritratto affascinava il Nostro pittore come ogni pittore che si rispetti. Vanitoso ed egocentrico come tutti gli artisti che come lui si sono cimentati in questo esercizio da Van Gogh a Gauguin, da Picasso a Toulouse-Lautrec, Vincenzo La Chimia ci ha lasciato degli autoritratti a matita misteriosi ed inquietanti.

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Scarsi al contrario i ritratti che amava molto poco realizzare.

Fausta Genziana Le Piane

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