CRISTINA DA PIZZANO

CRISTINA DA PIZZANO

la poetessa delle vedove…


Cristina da Pizzano in una miniatura

A quattro anni Cristina da Pizzano lascia Bologna la Grassa, per seguire la sua famiglia in Francia, a Parigi, su richiesta del Re Carlo V che vuole il padre, Tommaso, accanto a sé come medico, consigliere e astrologo. E infatti alla morte del Re nel 1380, Tommaso è presente insieme ad un altro “fisico” (medico) del re. Tommaso ha affermato, in verità, che il Re era fuori pericolo e teme che la sua errata previsione e la conseguente morte del sovrano lo privino del favore di cui prima godeva.
Tommaso ha studiato a Bologna, sede di una famosa Università, poi è stato chiamato al servizio della Repubblica di Venezia e si è sposato lì con la figlia di un dottore in medicina. Una figlia di nome Cristina (ma seguirono anche due maschi, Paolo e Aghinolfo) nasce da questo matrimonio ed è a lei che dobbiamo tutto quanto si sa della sua famiglia e del Re che la protegge. Cristina, ragazza affascinante e assai corteggiata, è sposata all’epoca della morte del Re con Etienne Castel, figlio di un ciambellano del re, che esercita saltuariamente anche la carica di ufficiale addetto alla conservazione delle armi, e già si annuncia la nascita di un erede.
Grazie al favore del re, Cristina e la sua famiglia vivono agiatamente. Cristina ha avuto un’infanzia felice, colma di tenerezza, che le ha permesso di fiorire e di acquistare coraggio. A Cristina non piace filare, ha sete di sapere. Alla morte di Carlo V scoppiano tumulti tra gli studenti e le guardie reali e il suo successore, il suo primogenito Carlo, non ha che dodici anni. Nessuno nella cerchia del nuovo re si cura di prolungare il favore di cui fino ad allora ha goduto e la famiglia si sente scivolare nelle ristrettezze. Tommaso muore in una data imprecisata ma che egli stesso sa pronosticare esattamente. In seguito, lo sposo di Cristina prende congedo da lei per accompagnare il re che si trasferisce a Beauvais e muore, a soli trentaquattro anni, vittima forse della peste:

Sono vedova, sola e di nero vestita
col viso triste semplicemente acconciata;
con grande corruccio abbandonata al dolore
porto l’amarissimo lutto che mi uccide.

Rimasta vedova a venticinque anni con tre figli, Cristina è abbattuta dal dolore desiderando più morire che vivere. In questo quadro di sofferenza profonda si aggiunge una moltitudine di miserabili occupazioni. Cristina per i suoi deve assumere la guida della famiglia. Gli stipendi dei notai reali non sempre all’epoca sono pagati con regolarità; passeranno più di ventuno anni prima che Cristina possa recuperare gli arretrati dovuti a suo marito dalla Corte dei Conti. Deve intentare un processo che durerà tredici anni e che vince ma deve aspettare per avere la somma dovuta. Il debito saldato è considerato come una gratificazione e non come il pagamento di una somma dovuta a Etienne Castel. Ciò è sentito come un’ingiustizia da Cristina che l’improvvisa scomparsa del marito lascia totalmente inerme, obbligata giorno dopo giorno a battersi da sola contro creditori senza scrupoli. Investe una piccola somma di danaro lasciatale dal suo sposo affidandola ad un mercante che le fa credere che è stato derubato. Altro processo (ne ha per quindici anni) che è perso perché le prove di tale circostanza sono difficili da provare. Iniziano altri processi con grandi spese e costi. Cristina cade malata e, pur nella malattia, deve decidersi, alla fine del 1392, a vendere l’eredità lasciatale dal padre, per tamponare i debiti più pressanti ed imparare tra l’altro che si può essere diffamata senza motivo. La sua arma segreta dinanzi a tante avversità? La poesia che ama da sempre. Proprio nell’anno della morte del marito – il 1390 – prende parte a un concorso poetico e la sua ballata è ben accolta. Spesso proietta il suo scoraggiamento nei versi, come in questa ballata (nel 1399 ne ha scritte cento):

Ahimé dove dunque troveranno conforto
povere vedove dei loro beni spogliate
giacché in Francia che seppe essere il porto
della loro salvezza, e dove le esiliate
potevano rifugiarsi, e anche le smarrite,
oggi non trovano più amicizia.
I nobili non ne hanno alcuna pietà
Né di più ne hanno i chierici, grandi o meno importanti
(…)
Si cimenta in tutti i generi della poesia cortese allora in uso, oltre alla ballata già citata, i lais o virelais, i rondeaux, i jeux à vendre e anche tutti i temi in voga: Cristina è ora l’amante ora la Dama e tocca tutti i temi che Amore può suscitare, come il mal di lontananza o quello della speranza o dell’attesa e della rottura.
I suoi versi più belli, appassionati e avvincenti sono quelli che cantano il lutto, il dolore, lo sconforto e anche quella necessità in cui ella si trova di recitare in poesia una commedia perpetua. Ma un tema in particolare le sarà caro, quello delle vedove abbandonate che sviluppa attraverso il mito di Semiramide in La Cité des femmes. Semiramide è per Cristina la donna sola, autonoma, coraggiosa, insomma la vedova. Inoltre, grazie alla sua lunga esperienza, Cristina dispensa consigli alle vedove e scrive una sorta di trattato sull’educazione della donna, il Livre des trois vertus. La sua carriera è sorprendente: in sei anni scrive quindici volumi che si cura anche di far ornare di deliziose miniature. Il successo subito risponde al suo sforzo.
Verso la fine del secolo gli avversari di una volta, re di Francia e re d’Inghilterra, moltiplicano i gesti di distensione. Cristina riceve una proposta da John Montagu, conte di Salisbury: inviare suo figlio maggiore, Jean Castel, in Inghilterra poiché anche lui ha un figlio, Thomas, anche lui di dodici o tredici anni, con il quale Jean può essere allevato e ricevere un’educazione da cavaliere: è la sua opera, la sua poesia che l’hanno fatta notare dal grande signore inglese. Ma Salisbury è fatto prigioniero, il re deposto, messo in prigione e è eletto nuovo re il duca di Lancaster. Salisbury e alcuni altri tentano un colpo di mano che fallisce in seguito ad un tradimento. Il re d’Inghilterra, Riccardo II e Salisbury sono assassinati. Cristina perde il suo secondo figlio, sua figlia manifesta il desiderio di prendere il velo e Jean sta per rientrare ma non tornerà mai più in Inghilterra. Cristina cerca allora il favore del Duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti che però è assassinato. Alla fine Jean rimane in Francia e ottiene come suo padre la carica di notaio e segretario del re. Cristina canta nei suoi versi le lotte tra la Francia e l’Inghilterra.
Ma ecco all’orizzonte un altro impegno per la nostra indomita poetessa: una polemica letteraria che diventa la prima disputa antifemminista della storia. Cristina non ama il famosissimo Roman de la Rose, best-seller dell’epoca, vera e propria Bibbia per gli universitari, composto di due parti: la prima, del 1245, scritta da Guillaume de Lorris, è l’opera cortese per eccellenza, allegorica e un po’ preziosa; la seconda, è scritta cinquant’anni dopo da un universitario di Parigi, Jean de Meung, che decide di completare l’opera incompiuta di de Lorris. Questa seconda parte accentua la visione del professore che disserta, dell’universitario che si sente superiore agli altri anche in virtù dei suoi diplomi. Presto Cristina attacca Honoré Bouvet che è nominato membro di una commissione che deve controllare le evasioni fiscali e si avvale della protezione di Jean de Meung. Cristina rimprovera ai nobili, ai grandi di quel mondo che non ha smesso di frequentare, di mancare ai propri doveri e questo è dovuto alla perdita dei valori cortesi che coincide con la scomparsa del ruolo delle donne. Attacca la seconda parte del Roman de la Rose, biasima Jean de Meung, l’anticortese per eccellenza, il misogino, che ha compilato un processo contro le donne e ha insegnato ai potenziali seduttori i mezzi per vincere una pulzella con frode e astuzia.
Jean de Montreuil, preposto di Lille e segretario del re redige nel 1401 un trattatelo in francese, oggi perduto, che invia ad notabile chierico – probabilmente il maestro Gontier Col legato alla cancelleria reale. Jean de Montreuil, dopo aver letto il Roman de la Rose, loda il suo autore, ma Cristina impugna la penna. Col risponde, c’è uno scambio epistolare. Ma Cristina trova un appoggio, Jean Gerson che mette pubblicamente in discussione le parole di de Meung. Cristina – garante dell’Ordine della Rosa – vuole portare il dibattito che agita i signori della Sorbona davanti alla regina stessa che apprezza il suo talento. L’ultima parola di questo dibattito spetta a Cristina, conscia del mutamento che avviene nella sua epoca.
Ora Cristina ha una grande occasione, una promozione: Filippo l’Ardito la incarica di scrivere il resoconto del regno di Carlo V suo fratello ma quando ha appena terminato la prima parte dell’opera apprende che il duca è morto. Continua a scrivere e due anni più tardi il duca Giovanni acquisterà il suo manoscritto. Scrive alla regina Isabella di Baviera, avvertendo i pericoli di uno scontro fra Luigi d’Orléans e Giovanni Senzapaura, tra Francia e Borgogna, chiedendole di assumere il ruolo di arbitro. Luigi è ucciso in un agguato, Giovanni Senza paura confessa il suo crimine.
Cristina è stata letta anche oltre le frontiere con maggiore attenzione che in Francia, ma qui c’è qualcuno la cui voce sarà molto ascoltata a partire dal 1408: Jean Petit. Si tratta di un dottore dell’Università di Parigi intervenuto nel dibattito sullo scisma del papato. Diviene in seguito consigliere e portavoce ufficiale del Duca di Borgogna che ben aveva agito a far uccidere il duca d’Orléans, colpevole di lesa maestà, tradimento, stregoneria e il re aveva il dovere di ricompensarlo. Questa è l’arringa che fa Jean Petit a Parigi. I contemporanei sono coscienti del potere sia morale che politico che essa detiene e l’omicida era riuscito a ribaltare l’opinione in suo favore. Cristina cerca di operare sempre la pace. Pensando alla lotta tra borgognoni e armagnacchi, alle scene di violenza a cui aveva assistito, all’orrore di questa guerra condotta senza curarsi di ogni sentimento umano, di ogni legame fraterno tra gente che viveva nella stessa terra e parlava la stessa lingua, inizia a comporre una nuova opera: il Livre des faits d’armes et de chevalerie. Quest’opera dimostra quanto Cristina si sia interessata profondamente di tutte le preoccupazioni del tempo, anche di quelle più lontane dall’ambito femminile. Cristina inizia altre due nuove opere, il Livre de la paix che dedica al delfino Luigi di Guienna dove moltiplicherà i suoi consigli al principe perché si faccia amare dai suoi sudditi e si circondi di cavalieri forti e giusti e lo esorta alla clemenza, alla verità e alla generosità e le Heures de contemplation sur la passion de Notre-Seigneur nelle quali tenta di consolare le donne rattristate dal lutto per la morte del duca di Borgogna. Cristina, che si è sforzata di riportare in tempo utile un po’ di saggezza in un mondo in preda alla follia, passerà gli ultimi anni in convento a Poissy (anticamera del cimitero) vicino a sua figlia. Anche la poesia, che era stata la sua estrema risorsa, le sembrava in quel momento futile, superata, spropositata alla durezza dei tempi. Ma, in seguito all’assedio tolto a Orléans da parte di Giovanna la Pulzella e all’incoronazione di re Carlo a Reims, Cristina, dopo undici anni di silenzio, riprende la penna: scrive cinquantasei strofe piene di entusiasmo e emozione:

Ecco una donna, semplice pastorella,
più prode di quanto mai uomo fu a Roma.

Giovanna, che risponde pienamente ai desideri di Cristina, è la donna sola per eccellenza, unica, risoluta e a Cristina non sembra vero, a lei che ha passato una parte della sua esistenza a tentare di convincere i contemporanei che sbagliavano a disprezzare la donna:

Ah! Quale onore al femminile
sesso che Dio ama…

Giovanna avrà gli stessi nemici di Cristina, gli universitari di Parigi. Non si conosce con precisione la data della morte di Cristina.

Fausta Genziana Le Piane

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